18 luglio 2008

To be or not to be...


Oggi ho appreso troppe notizie in troppo poco tempo per riuscire a metabolizzarle facilmente.
Una di queste in particolare, dopo aver sentito e letto le ultime news da quel di Campobasso, mi ha fatto riflettere un bel po'...Facendo un confronto costruttivo tra me ed un mio collega di lavoro, mi è stato detto che in più io mi "sentivo" insegnante.
Così dopo tutte le polemiche sul blog del Prof., leggendo i nostri dubbi, i nostri attacchi, le nostre insicurezze ho pensato di invitarvi a leggere quanto ho trovato su Wikipedia:
"Ci sono molti modi di essere docente, dipende dalla propria capacità di comunicare, dalla formazione ideologica, dalla scelta del metodo di insegnamento. Quando si decide "come" insegnare, bisognerebbe tenere conto delle conoscenze di base degli studenti, delle strutture didattiche, dei risultati che si desiderano raggiungere.
Non si "decide" un metodo aprioristico di insegnamento, ma si sperimenta come "far passare" nozioni a ragazzi che, di solito, non ne vogliono sapere.
Un buon approccio è quello affettivo: se l'allievo "si fida" dell'insegnante, cioè lo stima come un adulto di riferimento, passano sia il discorso educativo che l'apprendimento.
Oggi, infatti, sono cadute molte categorie, certezze, figure modello, e il ragazzo cerca a scuola quello che, spesso, non trova né in famiglia né nel gruppo dei pari: rispetto per la sua persona, possibilità di esprimersi, ascolto attento e non distruttivo.
Trova, insomma, quelle quattro regole, chiare e condivise, che gli permettono di sapere se quello che sta facendo è BENE o MALE".
Stiamo studiando per diventare UFFICIALMENTE insegnanti, ma quanti di noi si "sentono" già UFFICIOSAMENTE tali?
Vogliamo realmente insegnare o cerchiamo il PORTO SICURO per avere uno stipendio fisso e in regola?
...e soprattutto, se noi per primi siamo INSICURI di quel che stiamo facendo con che coraggio pretendiamo di insegnare ( utilizzando nuove tecnologie o meno ) a dei ragazzi?

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Non vorrei apparire invadente, ma di seguito vi lascio poche righe che, qualche sera fa, ho vissuto durante la lettura di un testo che apparentemente può sembrare superficiale, ma che poi è denso di concetti e riferimenti.
"... Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, chi non sa insegnare insegna agli insegnantie chi non sa insegnare agli insegnanti fa politica. ... Questa frase è davvero un pensiero profondo, proprio perchè non è vera, o perlomeno non del tutto. Il suo significato non è quello che appare a prima vista. Se nella scala sociale si salisse in funzione della propria incompetenza, vi garantisco che il mondo non girerebbe come gira oggi. Ma il problema non sta qui. Il significato di questa frase non è che gli incompetenti hanno un posto in prima fila, ma che non c'è di più duro ed ingiusto della realtà umana: gli uomini vivono in un mondo dove sono le parole e non le zioni ad avere il potere, dove la massima competenza è il controllo del linguaggio. ... Gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare. ..." Muriel B.

Az ha detto...

Muriel Barbery:

Se nella scala sociale si salisse in funzione della propria incompetenza, vi garantisco che il mondo non girerebbe come gira oggi. Ma il problema non sta qui. Il significato di questa frase non è che gli incompetenti hanno un posto in prima fila, ma che non c'è niente di più duro e ingiusto della realtà umana: gli uomini vivono in un mondo dove sono le parole e non le azioni ad avere il potere, dove la massima competenza è il controllo del linguaggio. E' una cosa terribile, perchè in definitiva siamo soltanto dei primati programmati per mangiare, dormire, riprodurci, conquistare e rendere sicuro il nostro territorio, e quelli più tagliati per queste cose, i più animaleschi tra noi, si fanno sempre fregare dagli altri, cioè quelli che parlano bene ma che non saprebbero difendere il proprio giardino, portare a casa un coniglio per cena o procreare come si deve. Gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare. E' un terribile oltraggio alla nostra natura animale, una specie di perversione, di contraddizione profonda.

PER CHI DESIDERA SAPERNE DI PIU':
"L'eleganza del riccio", edizione e/o 2007, traduzione di Emanuelle Caillat.

In sintesi:
Parigi, rue de Grenelle numero 7. Un elegante palazzo abitato da famiglie dell'alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maitres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all'idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all'insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l'arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant... dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Ma tutti nel palazzo ignorano le sue raffinate conoscenze, che lei si cura di tenere rigorosamente nascoste, dissimulandole con umorismo sornione. Poi c'è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l'ambiente che la circonda. Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l'uno dell'impostura dell'altro, si incontreranno solo grazie all'arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.

Anonimo ha detto...

Area: Psicologie e scienze cognitive

Argomento: Cervello e psiche

Tema: Disturbo ossessivo compulsivo e attività cerebrale



Non è ancora chiaro se la ridotta attività orbitofrontale sia una conseguenza del disturbo o un marker genetico che aumenta il rischio della sua insorgenza PAROLE CHIAVEdisturbo ossessivo compulsivo
La ridotta attivazione di un’area del cervello localizzata dietro agli occhi può indicare se una persona è a rischio di sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo (OCD): è questa la conclusione di uno studio effettuato da ricercatori della School of Clinical Medicine dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito, riferita nell’articolo “Orbitofrontal Dysfunction in Patients with Obsessive-Compulsive Disorder and Their Unaffected Relatives", apparso sull'ultimo numero della rivista "Science".

L’OCD è definita come un disturbo psicologico caratterizzato da pensieri e comportamenti ripetitivi, e che spesso si trasmette di generazione in generazione, sebbene le ricerche tese a individuare fattori predisponesti finora non abbiano avuto successo.

Molti studi hanno riportato la ricorrenza nei pazienti affetti da OCD di un funzionamento anomalo della corteccia orbitofrontale. Tuttavia, non è chiaro se tale fattore sia una conseguenza dei sintomi dell’OCD o si tratti di un marker ereditato geneticamente che aumenta il rischio di insorgenza del disturbo.

Samuel Chamberlain e colleghi hanno monitorato l’attività cerebrale di pazienti OCD e dei loro parenti di primo grado confrontandoli con quella di un gruppo di controllo nel corso di esercizi di apprendimento inverso. Questi ultimi richiedono ai partecipanti di navigare attraverso una serie di illustrazioni per prove ed errori e di identificare un ordine preselezionato nelle immagini. Nel corso di questi esercizi, i ricercatori hanno osservato una ridotta attivazione nella corteccia orbitofrontale sia nei pazienti OCD sia nei loro parenti rispetto al gruppo di controllo.

I risultati sottolineano l’importanza di questa regione del cervello nella presa di decisioni quotidiana e possono aiutare a gettare una luce sulle cause dell’OCD.

Matteo Ciuffreda ha detto...

La nota coppia televisiva Mondaini-Vianello in una celebre sit-com salutava i telespettatori con il tormentone "CHE BARBA CHE NOIA...CHE VITA VUOTA CHE VUOTA VITA!" Questo è esattamente quello che provano gli alunni di molti 'presunti' insegnanti che esercitano un potere ipnotico-narcotico durante l'esercizio della funzione docente. Durante questo primo anno di SSIS ne ho conosciuti molti, forse troppi. Purtroppo, l'intelligenza non si misura sulla capacità di memorizzare interi testi con l'obiettivo di prendere a tutti i costi un bel 30 e gioire di chi, per varie ragioni validissime, si accontenta semplicemente di superare l'esame. Catturare l'interesse degli alunni e guadagnare la loro fiducia non si acquisisce sui libri, ma con la pratica. Puo' darsi che alcuni anni di docenza all'insegna del LANCIO DI PALLINE DI CARTA e insulti SONORI renderà l'azione docente meno tediosa, sicuramente per gli alunni!

Anonimo ha detto...

il titolo dell'intervento è "to be or not to be"...io lo voglio cambiare in "SSIS: studiare o pensare a come imbrogliare, questo è il problema!". Diciamo che in fondo il problema non sussiste in quanto nel 99% dei casi non c'è assolutamente corrispondenza tra preparazione e voto ottenuto agli esami! Quindi, è inutile chiedersi il perchè di un voto o di un altro...è una domanda che non ha nè merita risposta! La verità è solo unauna: il mondo è dei furbi e sempre lo sarà!

Az ha detto...

Personalmente fino ad ora, almeno per quel che mi riguarda, non credo che le materie studiate mi abbiano dato qualcosa di nuovo...è stato un ripasso di cose fatte e rifatte all'università. Spero naturalmente di ricredermi con le materie del 2°anno...almeno per dar un senso ai nostri sforzi!
Per il resto mi ritrovo ad esser d'accordo con Matteo: "catturare l'interesse degli alunni e guadagnare la loro fiducia non si acquisisce sui libri, ma con la pratica".
Forse una parte del mondo sarà anche dei furbi...ma per farti apprezzare dai tuoi alunni devi essere bravo...non furbo! E per me è questo quello che conta realmente.